Un piccolo contributo alla sezione "Racconti di Volo"
Non è plagio: se uno scrittore non può plagiare sé stesso, chi altri lo può fare??
Spero vi piaccia.
Da:
Effetto Cielo
di Giorgio RizziMacchione Editore
www.macchione.it
Pianta!
Non avrei mai pensato che un giorno l’avrei detto davvero, ma l’eco delle mie parole rimbombava ancora nella cabina del piccolo C152 stretto nella morsa di ghiaccio che stava soffocando il carburatore.
Avevo già avuto una storiellina con un altro aereo, un vecchio e caro amico che forse qualcuno di voi ha avuto modo di conoscere, ma era stata proprio una cosuccia da poco e l’idea di non farcela a ritornare a casa non ci aveva quasi sfiorato.
Ora perdevamo quota, il motore stava per mollare ed eravamo schiacciati tra una montagna da una parte e una valle chiusa dall’altra; ormai di riuscire a sorvolare le creste non se ne parlava più e se la potenza fosse mancata del tutto saremmo andati a terra senza troppe mezze misure, in una delle peggiori zone che conosco per fare un atterraggio d’emergenza.
D’altra parte le cose non succedono mai nei momenti e nei luoghi migliori; avete mai bucato una gomma col bel tempo, vicino a un parcheggio e magari con un gommista a portata di tiro?
Macché!
Nella migliore delle ipotesi si buca mentre piove, in curva, dove la strada è stretta e di sabato, così si gira senza ruota di scorta fino a lunedì e, in barba alle statistiche, potete giurare che prima di lunedì bucherete di nuovo.
Ancora un minuto di volo e avremmo saltato la montagna; di là si sarebbe aperta una larghissima valle, ma quel dannato ghiaccio aveva deciso che quello era il momento migliore per strozzare i condotti di alimentazione.
“In caso di irregolarità nel regime del motore dovuta a presunta formazione di ghiaccio, azionare il comando dell’aria calda.”
Questo c’è scritto sul manuale, quello che ti dice cosa devi e cosa non devi fare a bordo, pena un buco per terra.
Già, e se tirare l’aria calda non basta?
E se il ghiaccio non si scioglie?
Sul manuale non c’è scritto che non si scioglie, c’è scritto che si scioglie e basta.
CHE SI FA SE IL GHIACCIO NON SI SCIOGLIE?
Pianta!
Senza neppure coscienza della decisione, avevo già iniziato le procedure d’emergenza e lo sguardo scrutava le montagne bianche di neve per decidere su quale di quegli spiazzi scoscesi avrei giocato le mie ultime carte.
Spazio zero o poco più: unica opzione un laghetto gelato, pregando il Signore che la lastra di ghiaccio fosse sufficientemente robusta da reggere il contatto dell’aereo, altrimenti nel giro di pochi attimi il mondo si sarebbe richiuso sopra di noi e ci avrebbero trovati ad estate inoltrata.
Due rapide istruzioni al passeggero seduto di fianco a me e poi andammo giù decisi, sfruttando gli ultimi borbottii del motore ormai agonizzante per giungere verso la bianca distesa prima che fosse troppo tardi.
Silenzio ora a bordo, salvo gli ultimi schiaffi dell’elica ormai così rari da poterli contare dinnanzi a noi.
Silenzio, concentrazione e quella particolare condizione che io chiamo operatività.
Operatività significa che non è il momento di fare discussioni, non è il momento di perdersi in chiacchiere, non è il momento di pensare ad altro: c’è una e una sola cosa da fare, subito e bene e quella è l’unica che deve assorbire la tua mente, accada ciò che accada.
Operatività: più che una parola, uno stile di vita, ricordo degli anni in Aeronautica Militare, un modus vivendi che mi trascino dietro in quasi tutte le attività quotidiane e che considero l’unico sistema valido per stare al mondo.
Nessuna paura, nessun pensiero oltre la manovra in corso, nessun chissà, se, forse o ma, men che meno nessun tentiamo, proviamo, improvvisiamo, speriamo.
Si fa questo perché l’ho deciso io; si fa questo perché è ciò che va fatto, adesso, qui.
Si fa questo perché è per questo che sono addestrato, per questo ho fatto mie certe nozioni; se avevo dubbi sulla loro validità dovevo pensarci prima.
Adesso questo è il mio bagaglio di capacità, queste sono le carte da giocare; gioca e cerca di vincere, perché se perdi paghi pegno.
Alto.
Paura? Dopo, se mai.
Sviluppi? I migliori possibili in questa situazione e se l’unico sviluppo possibile è lasciarci la pelle, c’è poco da dire.
Operativo anche il passeggero: invece di mettersi ad urlare, a sbraitare, a maledire il giorno in cui gli saltò in mente di salire a bordo di un aereo così piccolo, con un pilota così imbranato e poi di andare così in alto, così vicino alle montagne, così lontano da ogni punto dove aver eventuali soccorsi e per giunta di sacrificare del denaro per vivere questa follia, se ne stava lì immobile, tranquillo, attento a non interferire con le mie manovre, spremendo gli occhi per cercare di cogliere prima di me un’eventuale crepa nel ghiaccio dell’area scelta per il touch down.
Silenzio, borbottii di un motore in coma e mani ovunque, a toccare ciò che andava toccato, premere ciò che andava premuto, verificare ciò che andava verificato, vagliare tutte le opzioni possibili e poi la chiara consapevolezza che questa volta succedeva davvero.
Pochi secondi e avremmo toccato; flaps abbassati, pronti all’impatto.
Braced for impact, pronti all’impatto; pochi comandanti d’aereo l’hanno dovuto dire e meno ancora sono qui oggi a raccontarlo, ma sembrava proprio che stavolta fosse il mio turno.
Ancora una frazione di secondo per lasciare scendere completamente i flaps e poi avrei escluso tutti i contatti elettrici, chiuso la valvola della benzina per ridurre il rischio di incendio e condannato definitivamente l’aereo e forse anche noi.
Una carta, l’ultima, quasi senza speranza: chiusi il comando dell’aria calda, attesi due miliardi di miliardesimi di secondo, contati ad uno ad uno e lo tirai di nuovo, per dare al carburatore una botta di calore e cercare di spezzare la crosta di ghiaccio che, ci contavo, essendosi raffreddata per un attimo doveva essersi cristallizzata un po’ e quindi essere più fragile.
Nulla…
Passarono altri cinque o seimila miliardesimi e il motore ebbe un rantolo, perse gli ultimi giri che ancora riusciva a tenere, tacque, restò zitto come se volesse farlo per sempre e poi dopo un’eternità eterna fatta di silenzio, con un sussulto, urlò a gran voce.
Urlò che era vivo, urlò che era lì con noi, urlò che ci portava a casa.
Non chiedetemi cosa successe nei secondi successivi; troppe cose da fare per avere energie cerebrali sufficienti a imprimerle nella memoria.
Ribaltare una situazione ormai definitiva, spremere potenza e velocità da ogni lato disponibile, riconfigurare un aereo ormai quasi diventato un oggetto terrestre e farlo volare e, cosuccia da poco, farlo senza sbattere contro la montagna e trovando lo spazio per una virata di scampo in quella valle larga come i fianchi di una top model.
Sorpresa? Non ce n’era tempo.
Sospiri di sollievo? Neanche per quelli.
Tempo solo per fare ciò che c’era da fare e farlo bene al primo colpo.
Operatività: lavorare bene al momento giusto, cogliere le occasioni quando si presentano, non considerarti mai sconfitto fino che hai un anelito di vita per combattere, non considerarti mai pago fino a che non c’è più nulla da conquistare.
Questo non è volare, questo è vivere, è la lezione del volo, è la lezione di tutte le cose che si fanno per bene.
Chi si ferma è perduto.
Chi dice non ce la faccio è perché non ce la vuole fare.
Siamo noi e soltanto noi il vero limite alle nostre esistenze; credi che ormai è finita e lo sarà davvero, fermati un metro prima del traguardo e perderai l’ultima chance che era nascosta proprio in quel metro.
Avessi pensato “speriamo di non ribaltare” non avrei avuto la mente libera per vagliare quella soluzione un po’ pazza di chiudere l’aria calda; avessi pensato “tra poco muoriamo” non avrei avuto energie mentali a sufficienza per riattaccare, riprendere quota, cavarmela d’impaccio.
Operatività vuole dire vita, quando per vita non si intende il contrario di morte, ma l’essere vivi, vitali, coscienti, partecipi.
Operatività vuole dire essere presenti, essere consci, usare il cervello, non lasciarsi travolgere dall’imprevisto.
Solo l’imprevedibile può restare imprevisto; tutto il resto deve incontrare la tua mente prima di accadere.
Operatività.
La cresta delle montagne scivolò sotto di noi, mentre il motore ronfava tranquillo come se nulla fosse successo; davanti solo la valle e i pascoli verdeggianti, degradanti verso il basso, verso fasce di aria più calda, lontani dal ghiaccio, lontani dai problemi.
Scendevamo di quota dolcemente, avvicinandoci a casa. Pochi minuti e anche questa sarebbe stata solo un’avventura da ricordare, un’esperienza di cui fare tesoro, una conferma della necessità di non prendere mai sottogamba nessun volo, anche quello che parrebbe più facile.
Assieme al ghiaccio si sciolsero anche le nostre lingue e ricominciammo a parlare tra noi, felici di poterlo ancora fare.
Tranquillo il passeggero, conscio di avere vissuto qualcosa di unico e potenzialmente irripetibile, anche se avrebbe potuto avere conseguenze tragiche.
Mente curiosa, mente fertile, mente ricettiva, troppo ricettiva per non collocare l’evento appena trascorso nel file delle cose che è valsa la pena di vivere, anche se in quel momento aveva temuto.
Ero fortunato ad avere avuto al mio fianco una persona del genere; non si sa mai dove e quando la vita ti possa insegnare qualcosa.
Quel giorno una persona aveva messo completamente nelle mie mani la sua stessa esistenza, nell’attimo in cui avrebbe potuto compiersi il suo destino, un destino assurdo dovuto solo al fatto che era lì in quel momento.
Che lezione di vita avevo avuto dal passeggero di quel volo; facile essere pieni di operatività quando si è arbitri del proprio futuro, molto meno quando la stessa cosa è nelle mani di altri, quando le decisioni supreme non si discutono, ma si subiscono.
Scivolammo tranquilli verso la pista scortati da un pilota di passaggio che, avendo sentito per radio i nostri messaggi di allarme, ci si era affiancato, perfettamente conscio della sua impotenza in caso di qualunque necessità, ma sapendo quanto la sagoma di un altro aereo infonda tranquillità e sicurezza ad un pilota nei guai.
Chissà, forse a sua volta si era trovato in una situazione simile e qualcuno era corso in suo aiuto, forse gli era solo sembrata la cosa più giusta da fare in quel momento, forse stava accumulando un po’ di crediti per il futuro, sperando in cuor suo di trovare un amico per aria nel caso si fosse trovato a sua volta nei guai.
Non lo saprò mai; quando ci vide a terra al sicuro, batté le ali e sparì da dove era venuto, diventando in un attimo un puntino all’orizzonte.
Noi piano piano rullammo al parcheggio, mentre l’aria primaverile che filtrava dal finestrino aperto rendeva ancora più strano e quasi impossibile quello che avevamo vissuto pochi minuti prima, quattromila metri più in alto.
Difficile immaginare che, mentre c’era chi azzardava il primo bagno di sole della stagione, noi stavamo lottando con una morsa di ghiaccio, che mentre la primavera affermava con teneri colori la sua riscossa sull’inverno appena terminato, noi avremmo affidato la nostra sorte allo spessore di un lastrone gelato.
La primavera ha un buon profumo: profumo di rinascita, profumo di vita, profumo di futuro, tutti valori che quel giorno colpirono in modo particolare le nostre narici, confermando come l’uomo non sia quasi mai in grado di apprezzare tutto il bello che lo circonda, salvo quando è sul punto di perderlo o lo perde per sempre.
“Tranquillo, come in un film”, mi disse il passeggero, apprezzando la calma con cui avevo affrontato la situazione.
“Anche tu”, risposi, “e non sai quanto sia stato importante per me avere a bordo qualcuno che non si agitava, perché avevo già il mio bel da fare”.
“Macché tranquillo”, rispose alle mie lodi, “stavo pregando!”